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Intestazione

Intestazione del papiro di laurea

Intestazione del papiro di laurea: nome e cognome, ateneo, corso, data, colore di facoltà. Cosa sta in alto e cosa va lasciato fuori.

L’intestazione del papiro di laurea è la riga che si legge da marciapiede. Nome, ateneo, data, un segno di facoltà. Non è un titolo di romanzo e non è la copertina di una tesi. È un cartello: chi, dove, quando.

Se l’intestazione è illeggibile, il resto del foglio può anche essere perfetto. Da dieci metri esiste solo quella riga, e la faccia sotto.

Nome e cognome, non solo il soprannome

In alto sta il nome anagrafico. Il soprannome vive nelle rime o nelle definizioni del cruciverba. Se mettete solo «il Chiodo» o «la Pina», i parenti non sanno chi state festeggiando.

Due righe, non una poesia. Nome grande. Corso sotto, più piccolo. Basta. Il «dottore» e la «dottoressa» in intestazione sono facoltativi e, usati in corsivo, sembrano un invito.

Se il nome è lungo, non rimpicciolite il carattere fino a farlo sparire. Andate a capo. In A0 c’è spazio. Non c’è scusa per un’insegna illeggibile.

Non ripetete il nome tre volte: intestazione, didascalia, chiusura. Una volta in alto è un’ancora. Tre volte è insicurezza.

Ateneo e corso, in chiaro

Scrivete l’università come la dice il corso, non come la dice il sito istituzionale in tre righe. «Padova, Medicina» tiene. Un logo di ateneo a tutta fascia no: diventa un manifesto dell’ufficio comunicazione.

Il corso serve. Senza, il colore di facoltà è vernice senza motivo. Medicina rossa, ingegneria nera, giurisprudenza blu, economia gialla: il segno sta qui, in un filetto, non come fondo acido su tutto l’A0.

Se il laureando ha fatto un percorso storto — triennale da una parte, magistrale dall’altra — in intestazione vince il titolo di oggi. La storia lunga sta nel testo.

Non copiate la dicitura dal sito di ateneo, con dipartimento, scuola, polo e codice del corso. In alto deve stare quello che si grida. Il resto, se serve, sta in una strofa, non nella fascia.

La data della festa

La data della proclamazione, non «sessione estiva». Un giorno, in numeri che si leggono. Serve a chi fotografa il foglio tra due anni e a chi stampa: è anche il countdown per la copisteria.

Non mettete orario, aula, link al streaming. Quello è un invito. Il papiro non convoca: racconta.

Se la festa è in un giorno diverso dalla proclamazione, sceglietene uno e stateci. Due date in testa sembrano un errore di bozza.

Il colore, non la tinteggiatura

Un nastro, un filetto, un fondo di fascia. Un colore. La tavola è in colori delle lauree. Dieci tinte «perché è allegro» si vedono da venti metri, e si vedono male.

Il giallo di economia sparisce in stampa se lo usate come testo su bianco. Il rosso di medicina urla se lo usate come fondo di pagina. Filetto sì, verniciatura no.

Il colore non è un tema. Non colorate il foglio come una bandiera. Un segno, e il resto respira.

Cosa non mettere in alto

Logo enorme. Motto latino. Hashtag. QR. Dedica ai genitori. Citazione. Fregio che copre il nome.

L’intestazione occupa una fascia, non un terzo del foglio. Il volto ha bisogno di spazio: è il centro, non un francobollo sotto un’insegna. L’ordine dei pezzi è in come impaginare. Le misure, margini compresi, in dimensioni A0.

Negli esempi le intestazioni pulite si riconoscono subito: poche parole, un colore, un nome che si grida. Si parte da crea con questi quattro campi, non con un slogan.

Domande frequenti

Cosa si mette nell’intestazione del papiro?

Nome e cognome del festeggiato, corso, ateneo, data della laurea. Un colore di facoltà come nastro o filetto. Niente logo enorme, niente corsivo da invito, niente slogan.

Il soprannome può stare al posto del nome?

No, non da solo. Il soprannome vive nel testo. In alto serve il nome che riconoscono anche gli zii. Altrimenti da marciapiede il foglio è un inside joke.

Dal testo al papiro stampabile.

Caricatura, rime e cruciverba nello stesso file A0.

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